Noah _ (di Giusi)

Agosto 2013: scopro di essere in attesa del nostro secondo figlio. Esplode immediatamente la gioia,  anche perché Eva, la nostra bambina di quasi 5 anni, chiedeva già da tempo una “sorellina”. Eva è nata con taglio cesareo, perché in presentazione podalica, ma per il secondo figlio desideravo vivere l’esperienza del  parto naturale, perché mi ha fatto molto soffrire essere stata separata da lei dopo il parto. Quindi mi metto a fare delle ricerche e vengo a sapere che nella provincia di Lecce c’è l’ospedale di Tricase che consente di partorire con VBAC. Contatto un ginecologo che opera in questa struttura e già alla prima visita mio marito Damiano ed io gli spieghiamo qual è la nostra intenzione:  vista la mia determinazione, lui ci conferma il suo appoggio,  ma solo dopo che avrà valutato, a fine gravidanza, le mie condizioni.
La gravidanza procede alla perfezione, il piccolo è in posizione cefalica già dal quinto mese e, a differenza della prima gravidanza, non sopravviene il diabete gestazionale: insomma, sembra che ci siano tutte le condizioni per far nascere il bambino con parto naturale. Mi preparo anche praticando Yoga e leggendo tanto. Illuminante a questo proposito è stato leggere Leboyer e Verena Schmid. Faccio anche delle ricerche in Internet sul VBAC e mi imbatto nell’associazione “Rinascere al Naturale”: vado ad incontrare queste mamme fantastiche e scopro che tutte loro hanno avuto il primo figlio con taglio cesareo e il secondo con parto naturale. E non solo: hanno addirittura partorito in casa!  Credevo che ciò  non fosse possibile per chi avesse avuto un pregresso cesareo. Mi si apre un nuovo mondo e incomincio a pensare che se hanno potuto farlo altre donne prima di me, perché non io? Le ragazze dell’associazione mi parlano di un’ostetrica, Rosaria, e scopro che anche Daniela, la mia maestra di Yoga, ha partorito in casa assistita da lei. Conosco casualmente Rosaria dopo solo qualche giorno, in occasione della festa di compleanno della bimba di Daniela; parliamo, e a lungo, del mio desiderio e infine Rosaria  mi  conferma che avrei potuto farcela anch’io.
Inizia per me e Damiano un nuovo percorso, né posso dire che non abbiamo mai  avuto dubbi o paure. Ci sono stati ostacoli: al sesto mese ho iniziato ad avere episodi di forte tachicardia, diagnosticata poi come ‘tachicardia parossistica sopraventricolare’ e il timore di un attacco durante il travaglio mi  ha messo in crisi tanto da portarmi spesso a pensare che forse avrei fatto meglio a partorire in ospedale. Tuttavia, i miei dubbi e la mia diffidenza riguardo  all’ospedalizzazione, esperienza comunemente ritenuta ‘normale', sono via via cresciuti; si sono resi evidenti e concreti in occasione dell’ultima visita dal mio ginecologo. Costui improvvisamente aveva cambiato idea: mi disse  che  “non ero nelle condizioni“ di partorire naturalmente, che lo spessore del segmento uterino inferiore era sottile e alle mie proteste (mi ero informata e nelle linee guida per fare un VBAC, non si fa riferimento al segmento uterino inferiore) mi ha risposto, tra le altre cose, che di solito è la donna a chiedere il cesareo alle prime contrazioni perché incapace di sopportare il dolore. Questo suo atteggiamento mi ha fatto avere una premonizione di come sarebbe stato partorire in ospedale. A quel punto ho ricontattato nuovamente Rosaria, poi un cardiologo e insieme abbiamo studiato e predisposto una strategia: iniziare il travaglio in casa ma andare subito in ospedale, in caso di segnali negativi anche minimi.
Le prime contrazioni  arrivano il sabato notte, all’inizio della 41esima settimana. E’ il 12 aprile.Non sono fortissime, ma sono regolari, quindi telefono a Rosaria e quando  arriva mi visita e mi lascia intendere che la strada è  ancora lunga. Lei si sdraia in soggiorno sul divano e noi rimaniamo in camera da letto. Tutti dormono e io  ogni 15 minuti circa sento arrivare una contrazione. Mi alzo, respiro e quando la doglia finisce torno a sdraiarmi. Al mattino le contrazioni si fanno sempre più distanti fino a scomparire verso l’ora di pranzo. Rosaria mi dice che può essersi trattato di un falso allarme; se ne va, ma per fortuna rimane in zona. Il pomeriggio decidiamo di andare a fare una passeggiata e le contrazioni riprendono nuovamente intorno alle 19. Dopo le 22 si fanno di nuovo regolari, come la notte precedente, ma sapevo che non era ancora il momento, quindi decido di non chiamare Rosaria. Così, Damiano ed io rimaniamo in soggiorno a vedere un film e decidiamo di dormire sul divano. Ma le doglie continuano ad arrivare puntuali e io mi devo alzare per poterle sopportare meglio. Canto e faccio i miei esercizi e le mie vocalizzazioni. Alle 5 del mattino del giorno successivo, sento che sono molto più dolorose rispetto alla notte precedente e mi sento stanca. Allora Damiano chiama Rosaria, lei arriva, ma mi dice che non è ancora il momento. Il mio utero evidentemente sa di doverci andare piano. Trascorriamo tutta la domenica chiusi in casa, Eva sta con le nonne e la riprendiamo solo la sera. Rimaniamo noi  tre, con il camino acceso e Damiamo indaffarato a cucinare quasi per tutto il tempo. Le contrazioni continuano, sempre più intense, intervallate da “normali” e piacevoli momenti in cui davanti al fuoco acceso parliamo di tutto, ascoltiamo musica, leggiamo e mangiamo.  Ricordo di aver avuto tanto desiderio di calore, adoravo il fuoco acceso del camino e le fiamme delle candele.
Quando si fa notte, è ormai l’una del 14, le contrazioni si fanno sempre più incalzanti e intense e intorno alla mezzanotte mi sento veramente stanca e chiedo a Rosaria di visitarmi, giusto per avere idea a che punto fossi. Lei mi visita, sorride e mi dice che la dilatazione è buona, siamo a quasi 8 cm.! Vedendomi molto stanca, mi dice che si potrebbe decidere di rompere le membrane. Alle ore 3,10 mi chiede se sono d’accordo e le dico di sì. Faccio in tempo a dormire per circa 10 minuti, ma poi vengo svegliata da una potente ondata dolorosa e sento che ora è diverso. Quelle che prima erano vocalizzazioni, adesso diventano grida: non mi controllo più, ma sento che è giusto così, che posso lasciarmi andare come voglio, nella posizione in cui voglio, nella totale libertà. Sono a casa mia, nessuno mi dice come comportarmi; ogni tanto incrocio Rosaria con lo sguardo e lei mi lascia intendere che va bene così.  Perdo completamente la cognizione del tempo. A un certo punto , sono le cinque, non ce la faccio più a stare in piedi e Rosaria mi invita a sedermi, ma la sensazione di dover “andare in bagno” è troppo forte e insisto sempre sul voler andare in bagno. Quando ce lo ricordiamo ci fa ancora sorridere la mia frase “non ce la faccio più, io vado in bagno!” E gli sguardi di intesa tra Rosaria e Damiano, che, ognuno con una candela in mano, mi rispondono “veniamo anche noi!”. Una volta seduta sul water scopro che quella è la posizioni più idonea per me, nella quale riesco a spingere meglio e lì siamo rimasti, nella stanza più bella della nostra casa, un bagno coloratissimo.
Alle 5:30 di lunedì 14 aprile 2014 è venuto alla luce il nostro piccolo Noah!
L’emozione è stata fortissima, ma ancora di più lo stupore di avercela fatta. Tutte le paure e le insicurezze inculcate dagli altri non avevano motivo di esistere, non era vero che io non ero nelle condizioni. Ce l’avevamo fatta e con le mie mani ho potuto accogliere il mio bambino che usciva da me e subito ci siamo guardati e riconosciuti. Mi sono riappropriata del mio essere donna e madre, ho potuto donare a mio figlio una “nascita senza violenza” (rubo le parole a Leboyer), nella quale lui è stato rispettato: è stato accolto da mani amorevoli, alla penombra, al calore, al silenzio. E’ rimasto sempre sulla mia pancia, il cordone è stato tagliato dopo due ore: non ci siamo separati, né per pesarlo, lavarlo, misurarlo o strapazzarlo in alcun modo. Lui  non ha pianto, è rimasto sereno.  Poi si è svegliata Eva ed è venuta subito a salutare il suo fratellino. Quando ho visto lei non ho potuto trattenere le lacrime, qui la gioia si è fatta immensa.
Spero che con questa mia testimonianza possa contribuire a diffondere la conoscenza sulla realtà del parto a domicilio. So che se fossi andata in ospedale, Noah sarebbe nato con taglio cesareo. La scelta di partorire in casa non è incoscienza o pazzia, come dicono in tanti, ma consapevolezza e amore,  dignità e rispetto per la donna e per il bambino. Riappropriamoci della nostra sapienza, antica di milioni di anni. Partorire non si impara, è un atto naturale, come bere o mangiare, qualcosa che è scritto nel nostro DNA. Ogni donna che sa avere fiducia in sé e sa ascoltarsi, sa cosa fare e non sbaglia.
Ci tengo a ringraziare  Daniela, per il suo sostegno e il suo affetto e naturalmente Rosaria, che con la sua calma, la sua forza, la sua sapienza e i suoi sguardi mi ha accompagnato nella più bella esperienza della mia vita. Non per ultimo ringrazio mio marito e il mio compagno di vita Damiano: lui mi è stato sempre vicino, ha creduto in noi e  mi ha difeso.

Nessun commento:

Posta un commento