La nascita di Mirko, la mia rinascita_(di D.)



La storia della nascita di Mirko inizia due anni prima, quando sua sorella è stata data alla luce. 
Non sento di dire di averla partorita, perché è stata strappata da me senza che io -come lei del resto- fossi pronta, senza che lo volessi, senza che la vedessi, senza che io ci fossi. E senza un motivo medico. 
Questa nascita violenta è stata determinante nella storia di Mirko, sin dal suo concepimento. 

Da sempre desideravo tre figli, ma dopo il cesareo tante paure hanno fatto vacillare questo desiderio. E, quando la seconda gravidanza arriva, ogni nodo riemerge sconvolgendo le mie notti insonni, notti passate a singhiozzare mentre rivivo nella mente la violenza e tento con la fantasia di cambiare il finale. 
Il passato non posso cambiarlo, ma posso provare a non seguire lo stesso copione per il presente. 
I parenti e gli amici non capiscono la mia insoddisfazione, in fondo mia figlia è sana, io sono viva: cosa può contare di più? Sono sola, ma non posso soffocare l’urlo che prorompe dal mio interno. Devo almeno provare a dargli ascolto. 
Su qualche rivista mi è capitato di leggere che alcune donne hanno partorito naturalmente dopo un cesareo, e ricordo che la medesima cosa è stata detta a mia cugina dal suo ginecologo prima del suo cesareo. Questo ginecologo, il dottor F., è il primo passo da fare nella mia ricerca di un parto naturale. Durante il colloquio però il medico smentisce i miei ricordi. “Ma come non si può fare? In Germania una nostra conoscente ha partorito dopo cesareo ben 30 anni fa!” incalza mio marito. “In Germania e in Svizzera 30 anni fa gli italiani venivano usati come cavie in esperimenti sanitari. Noi in Italia queste cose non le facciamo” è l’integerrimo responso. Del resto, durante l’ecografia, il dottore mi indica una macchia scura sullo schermo “La vede questa, signora? Vuol dire che la cicatrice del suo cesareo non si è ancora ben rimarginata”. Pago ed esco dallo studio convinta a non tornarci più.
Chiedo in giro, a conoscenti, ad altri medici, per farmi indirizzare a qualche professionista che possa appoggiare la mia scelta. Ed intanto prenoto in ospedale l’ecografia del primo trimestre. 
Qui il ginecologo addetto al servizio, il dottor D., mi chiede da quale suo collega io sia seguita e, saputo che ancora non c’è un prescelto poiché vorrei provare un parto dopo precedente cesareo, si autocandida invitandomi a prendere appuntamento nel suo studio privato, sebbene “Se fossi mia figlia non ti consiglierei di farlo” e “Mia moglie ha fatto 3 cesarei, io ho ritenuto che fosse meglio”, ma “Parlerò con il Primario dell’ospedale e farò da tramite per questa tua richiesta”. E’ poco, ma è la massima apertura che sino ad ora io abbia trovato. Cerco di essere chiara, sottolineando che, reduce della prima esperienza, questa volta pretenderò attenzione sino alla fine e mi aspetto che non spuntino ferie all’ultimo momento (quale lucida premonizione!), anche se la mia dpp sarà intorno a ferragosto. Il dottor D. mi rassicura e da quel momento ci vediamo ogni mese nel suo studio per fare - ogni mese! - visita vaginale ed ecografia (nonostante i miei dubbi espressi) e per sentire un altalenante susseguirsi di pareri: “Se fossimo in America, con ospedali con 4 sale operatorie pronte, io stesso ti assisterei senza timore”… “Parleremo con il Primario”… “La testa del bambino sembra un po’ grossa e questo potrebbe essere un problema per il parto vaginale”… “Parleremo con il Primario”. Sono stata cieca. O forse non avevo appigli migliori. Del resto solo molto tempo dopo ho scoperto che ad un’altra donna, diventata in seguito mia amica, negli stessi mesi in cui seguiva me ha detto con chiarezza: “Siete fissate con queste pratiche new age! Dopo un cesareo si fa un cesareo. È scienza!”.
Intanto la mia convinzione comincia a vacillare: se fossi altrove proverei, ma in questa città i ginecologi non hanno esperienza, io farei “da cavia”, potrebbe essere rischioso… Cerco di accettare sempre più l’idea del cesareo, con la speranza che sia almeno più “umano” del precedente. 
Sino a quando un’innocua frase pronunciata dal dottor D. fa scattare una molla: “Fai ricerche su internet, informati!”. Come se non dovesse essere il professionista profumatamente pagato a dovermi informare! In ogni caso, anche se non era la prima volta che discutevamo delle informazioni reperite dal web, questa volta il suo incoraggiamento (probabilmente tanto falso quanto evidente era ormai il mio scoraggiamento e il mio cedere di fronte all’inevitabile sorte), mi dà una spinta nuova. Approfondisco più di quanto abbia fatto sino ad allora. Ed ecco che quello che questa volta trovo su internet mi nutre, mi rigenera: si può fare! Si deve fare! Arrivo con una nuova energia all’ultima visita, per sentire altre autorevoli affermazioni: “Parto dopo cesareo… parto in acqua… parto in casa… parto in mezzo alla foresta! Sono tutte idee new age!” e ancora “Informati! Se il rischio di morte (!!!) è tipo del 4% (!!!) ti conviene provare? Se io tocco un ago infetto in sala operatoria ho l’1% di probabilità di contrarre l’AIDS, ma non sono così stupido da provare!”, ma io mi concentro su quel “Ti prendo appuntamento con il Primario”. Pago, saluto e, mentre continuo ad alimentarmi delle informazioni su internet, attendo ingenuamente la convocazione. 
Quasi subito arriva la telefonata del dottor D., ma non per comunicarmi l’appuntamento, bensì per dirmi di passare a controllare il peso del bambino, perché se è eccessivo mi ricovero subito e faccio un cesareo entro la fine della settimana. Ma la scusa non è convincente: nelle ultime ecografie il bambino risultava piccolo. “Eh ma c’erano i valori degli acidi biliari alterati…” (che poi neanche lui sapeva perché mi aveva prescritto quell’esame!), “No, dottore, erano solo leggermente alterati, ho rifatto un esame di controllo ed attendo i risultati”. Messo alle strette, sputa la verità: “Io domenica vado in ferie per due settimane”. Chiudo il telefono senza esprimergli -momentaneamente- tutto il terremoto che sento dentro. Ma da lì comincia realmente il mio percorso verso il VBAC. Valuto di attraversare la penisola ed andare a partorire in un ospedale del nord. Poi riesco a trovare un ginecologo ad un centinaio abbondante di chilometri da casa mia, il dottor A. che, dopo un colloquio ed una visita approfonditi, mi conferma che non ho assolutamente alcuna indicazione per un nuovo cesareo e mi fornisce esaurienti informazioni sul parto vaginale dopo cesareo, perfettamente in linea con quanto io ho appreso dal web. Penso che partorirò nel suo ospedale, in intramoenia, anche se l’ora – ora e mezza di distanza mi spaventa. Purtroppo dovrò fare un sacrificio economico non indifferente, ma un compromesso sembra d’obbligo pur di avere una possibilità, pur di non piegarsi alle logiche di questo mercato di carne umana. 
Al dottor D, che mi richiama per incalzare, dico chiaramente che non ripeterò il cesareo a 37 settimane a causa delle sue ferie e che, se cesareo dovrà essere, sarà per mano di chi si troverà di turno. Gli dico anche molto altro a dir la verità: quella truffa durata mesi andava per lo meno smascherata, anche se rimarrà impunita.  
E intanto, giorno e notte, i racconti su internet nutrono la mia anima. Supero le resistenze e mi iscrivo al forum partonaturale: mi si apre un mondo! Ora non dico più “vorrei provare” ma “voglio partorire”. Nel frattempo istruisco anche mio marito, ed anche in lui l’informazione sortisce lo stesso effetto: fa svanire i dubbi. “Lo dobbiamo anche a nostra figlia” continua a ripetermi “al suo futuro di donna e madre, perché non subisca quello che hai subito tu”. 
Ho un nuovo contatto: R., un’ostetrica nella mia regione sostiene realmente le donne precesarizzate e le assiste nel parto in casa. Magari potessi partorire a casa! Chissà, forse la prossima volta. Ma questa gravidanza ha già subito bruschi cambi di direzione, come potrei stravolgere tutto ad una settimana dalla dpp? Però una chiacchierata per telefono si può fare… Quanto mi fa bene parlare con lei! Forse potrei incontrarla… Due ore in cui mi sento accolta e supportata. Forse il parto in casa può essere il piano B… giusto per non escludere nulla… Mio marito è totalmente in sintonia con me. Intanto prepariamo tutto il necessario ed attendiamo, mentre io dedico ogni momento utile a nutrire il mio spirito con le informazioni e il sostegno di un cerchio di grandi donne.
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H 17:00, poche perdite chiare: credo di aver rotto il sacco. Ieri quando sono andata in ospedale per visitare la struttura il dottor A. mi ha fatto una visita dolorosa, credo che mi abbia praticato lo scollamento delle membrane, anche se non me lo ha detto, poiché una volta a casa ho perso il tappo mucoso. Forse è stato questo ad avviare qualcosa. Voleva anche convincermi a fare un tracciato, anche se non ho ancora concluso le 40 settimane e lui stesso mi aveva detto di appoggiare la mia volontà di evitarli: lui sa bene che un monitoraggio mal gestito e mal interpretato è stato il pretesto per il mio precedente cesareo. E a dirla tutta non ha voluto neppure leggere ed accettare il mio Piano del Parto…
H 22:00, ho decisamente rotto il sacco. Chiamo l’ostetrica R. per chiederle consiglio e la sua risposta è chiara: se preferisco partorire in ospedale, essendo precesarizzata, è opportuno che mi avvii. Se voglio rimanere in casa lei verrà subito da me. Le chiedo qualche minuto per decidere. Chiudo il telefono. Mi confronto con mio marito. E in quel momento, a partire dal quale inizio ad avere ricordi meno nitidi, il mio essere mammifero prende il sopravvento: il conto alla rovescia attivato dalla rottura del sacco… le contrazioni ancora del tutto assenti… come potrà avviarsi il travaglio in ospedale, un ambiente che già con la prima gravidanza sentivo ostile? Partorirò mio figlio a casa mia!
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Mio figlio nasce 29 ore dopo, durante le quali io non sono sola. Oltre a mio marito mi è accanto la mia ostetrica, quella donna che io conoscevo così poco e che, ciononostante, mi ha compreso ed ha conquistato la mia fiducia.
Ci ho messo un po’ a lasciarmi andare: la mia famiglia è convinta che io sia in ospedale, a cento chilometri da lì, e il pensiero di quella finzione da tenere in piedi mi impedisce di spegnere la neocorteccia. 
R. mi chiede più volte se mi sento sicura o se preferisco andare in ospedale, ma io non ho alcun dubbio. Solo, ogni volta che ascoltiamo il battito del mio bambino, sono terrorizzata, mi aspetto di sentire una decelerazione e che si ripeta la storia già vissuta due anni prima. Ma il suo cuoricino che galoppa sicuro e costante incoraggia e dà forza alla sua mamma. E la vitalità dei suoi piedini, movimenti a me così familiari e visibili sotto la superficie del pancione, sono messaggi che lui mi manda per darmi fiducia. 
R. mi incoraggia a trovare le mie posizioni. Io accarezzo il mio piccolo, con la mia mano cerco di guidarlo, parlo con lui, gli dico che la sua mamma è pronta e lo aspetta. Ma le contrazioni sono ancora irregolari.  Poi finalmente mollo gli ormeggi e mi isolo. Sono pronta a dedicarmi al mio travaglio. Infatti, piano piano, le contrazioni arrivano. E si sentono. Eccome se si sentono! Le mani di R. sulla mia schiena hanno un potere straordinario: sembra che vedano il mio dolore e vanno proprio lì, dove si localizza, senza che io parli, e inseguendolo lo fanno dissolvere. Vocalizzo come mi ha insegnato lei, e tra una contrazione e l’altra forse dormo. Sono in trance, in viaggio verso il mio bambino.
Poco prima della nascita R. si accorge che, nonostante l’abbondante liquido perso, il mio piccolo ha ancora il sacco: sta nascendo con la camicia! Questo mi farà pensare in seguito a quello che sarebbe potuto capitare se fossi andata in ospedale: forse la rottura prematura delle membrane sarebbe stata la causa di un nuovo cesareo? Quale ironia sarebbe stata!
Ferragosto, h 3:00 circa. Finalmente, accompagnata da un intenso bruciore, la testa esce. Poi sento sgusciare fuori tutto il corpo, una sensazione meravigliosa che non potrò dimenticare. Due mani amiche accolgono il mio bimbo e lo accompagnano a me. Io mi stendo sul morbido nido che mi era stato sistemato sul pavimento e me lo tengo addosso, pelle a pelle. Una felicità immensa mi inonda il cuore. Lui non piange. Non ha motivo di farlo. Una soffice e calda copertina lo protegge, ricreando quell’ambiente in cui è stato per nove mesi. Il respiro della sua mamma, il suo odore, il ritmo costante del suo cuore (suono così familiare) lo fanno sentire al sicuro. Una luce soffusa rischiara l’ambiente e in sottofondo solo la dolce voce della mamma e del papà che lo chiamano amorevolmente. Nessun faro accecante. Niente urla, rumori, voci frenetiche di gente che va e viene. Niente che disturbi questa dolce nascita. Poi la sua piccola bocca si schiude in cerca del seno, come Natura gli ha insegnato.
Rimaniamo a lungo in questo abbraccio. Un abbraccio in cui c’è tutto: il cerchio di donne che mi ha sostenuto, lo straordinario dono e la grande disponibilità di R., la presenza salda e costante del mio compagno di vita. C’è tutto il mio percorso verso la rinascita. Ma soprattutto c’è la forza del mio bambino, che mi ha insegnato la fiducia, e c’è il futuro della mia piccola grande donna, che mi ha indicato la via.

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